Città e Cultura
di Sivia Crivello
102 pagine
10,50 euro
gennaio 2012
Carrocci Editore
Cosa fare perché “la cultura sia una risorsa di sviluppo in grado di attrarre investimenti, catalizzare progetti urbani, generare posti di lavoro” senza trascurare il ruolo dei cittadini nel partecipare alla costruzione della città della cultura in cui vivono?
La domanda non è pretestuosa e, per quanto Città e cultura, il libro di Silvia Crivelli, non abbia la pretesa di fornire risposte “chiavi in mano” è un contributo e insieme un invito a riflettere sulla questione. Riflessione quanto mai opportuna in questo momento di crisi che coinvolge trasversalmente gruppi sociali e paesi e richiede scelte oculate a fronte di risorse sempre più limitate.
Che cultura e conoscenza siano capaci di determinare successi ed insuccessi non solo di imprese ma di settori economici e di interi territori è questione largamente condivisa, così come c’è sufficiente accordo sul riconoscimento di una responsabilit๠della politica urbana nel costruire e favorire le condizioni per la crescita economica.
D’altra parte, per importanti progetti italiani (il water front di Genova, l’auditorium a Roma, piazza d’Armi a Torino, ecc.) e non solo (Guggenheim a Bilbao, la New Tate Gallery a Londra,l’Expo del 98 a Lisbona, ecc) le cui realizzazione si devono anche all’idea che la cultura va usata per la creazione di profitto e per città che diventano luogo di commercializzazione e di consumano dei prodotti, si conoscono gia i “risultati”.
Crivelli che si occupa di ricerca in tema di città, cultura e grandi eventi presso il Politecnico di Torino, ripercorre i cambiamenti che nel tempo hanno modificato la cultura fino ad inserirla, nella modernità, nel circuito della produzione industriale, a partire dallo stretto legame e dalle conseguenze che il passaggio dal modo di produzione fordista a quello post fordista, ha sulle città.
Le ricadute di queste cambiamenti (dall’emergere di pluralità di modelli localizzati in aree periferiche in sostituzione dell’unico modello fordista situato nella città) vanno oltre il sistema produttivo, coinvolgono la scena urbana e i “nuovi” modelli economici sono sempre più centrati sui contenuti culturali: mode, simboli, status e città funzionali alla produzione e al consumo culturale.
Nell’analisi dell’Autrice, il nuovo modo di intendere la cultura, che è progressivamente diventata centrale all’interno delle nuove traiettorie di sviluppo economico e territoriale delle città, si deve alla svolta post fordista.
Una centralità “ben rappresentata” oggi dai circa 300 milioni di turisti che vanno verso le destinazioni cosiddette “culturali”, come si legge nel sito ufficiale della prima fiera internazionale ART & TOURISM dedicata al turismo culturale e all’arte, che Firenze ospiterà il prossimo maggio.
I numeri aiutano a capire perché sempre più le città vogliono stare in questo segmento di offerta ma non ad avere certezza che le azioni messe in campo per perseguire il city boosterism, nascano da politiche urbane/culturali lungimiranti e non siamo piuttosto un inseguimento dell’ultima moda.
Il crescente consumo di esperienze prima ancora che di beni è in buona misura l’esito della dematerializzazione dell’economia e la più rilevante delle trasformazioni prodotta dalla globalizzazione, ai fini del nostro tema, è secondo l’Autrice la forte accelerazione di circuiti del capitale grazie all’interconnessione fra le pratiche del consumo e la cultura.
Infatti, le forme di consumo immateriale di prodotti e quindi anche quelli sul mercato della cultura (andare a teatro, visitare un museo, fare una vacanza, ecc.)hanno il vantaggio di esaurirsi in poco tempo e di non porre limite all’accumulazione.
Tuttavia, nell’epoca della globalizzazione e nonostante il carattere di immaterialità, per la loro circolazione, conoscenza, informazione e cultura, si intrecciano fortemente con lo spazio.
Per dare conto di come la cultura diventi fattore importante per la localizzazione di imprese, Crivelli ci ricorda che c’è una conoscenza (l’acquisizione intellettuale della informazione) che per essere appresa, cioè trasferita, ha bisogno di prossimità sia fisica che di relazione con chi detiene la conoscenza (learnig by doing). E’il costo che deriverebbe dallo spostamento a rendere più economico per le imprese insediarsi in luoghi caratterizzati da precisi giacimenti di sapere, i così detti milieu cultuali, creativi, tecnologici che sono di preferenza in spazi specifici e soprattutto urbani.
Tra i fattori indicati nel libro come rilevanti nel determinare la scelta del luogo, segnaliamo quelli che concorrono alla scelta dello spazio urbano perché qui più che in altri luoghi si danno caratteri spaziali che favoriscono e stimolano la creazione: luoghi circoscritti dove è facile incontrarsi, dove convivono le differenze; le “città globali” favoriscono l’incontro e il “Capitale sociale” continua ad essere nutrimento per l’interazione creativa anche in epoca di relazioni virtuali; certi servizi sono più facilmente reperibili in città; il territorio è una sorta di marchio collettivo e la reputazione di molti prodotti è intrinsecamente legata al luogo in cui vengono prodotti.
Sebbene la produzione e il consumo non avvengano in luoghi, necessariamente separati, è vero che l’organizzazione degli spazi per il consumo sono un volano, un motore per la trasformazione di intere parti delle città e che la trasformazione spaziale coinvolge le pratiche della nostra vita quotidiana.
Esaminando le caratteristiche degli spazi destinati al consumo (shopping mall, parchi a tema,vie commerciali delle città, ecc) appare evidente che la composizione urbana è differenziata nello spazio e non casualmente concentrata in alcune aree che si connaturano appunto per specifiche identità connesse all’offerta di determinate esperienze culturali legate al consumo.
Centri commerciali ai margini della struttura urbana, le boutique nelle vie commerciali spesso pedonali e nel centro delle città, il consumo alternativo in spazi anch’essi alternativi, ecc.
Resta vero che le logiche di localizzazione del consumo sono inseparabili da quelle che si riferiscono agli spazi di produzione (con riflessi sulla struttura immobiliare, sui costi, sulla speculazione, ecc)
Le strategie di sviluppo urbano nel predisporre spazi adatti per una classe media desiderosa di accedere a determinate esperienza urbane, mettono in atto processi di gentrification dello spazio urbano. Le strategie di riqualificazione esplicitamente legate alla valorizzazione culturale (gallerie e atelier al Raval di Barcellona, industrie creative al Kreuzberg di Berlino, pub, ristoranti teatri cinema a Soho a Londra, ecc) sono concettualmente simili a quelle più dichiaratamente commerciali e possono produrre gli stessi “inconvenienti”.
Spirali virtuose o processi sociali molto differenziati?
La centralità del consumo nella strutturazione dello spazio sottende alla produzione di città necessariamente ineguali e l’uso dello spazio si sovrappone sempre al presupposto relativo al fatto che un soggetto possa o non possa permettersi una certa esperienza di consumo.
Così, in una città in cui gli spazi tendono sempre più ad assumere identità culturali legate a ciò che si consuma, c’è sempre meno spazio per chi può assumere solo il ruolo di abitante e non quello del consumatore.
Ma qual è la chiave per uno sviluppo che riconosce alla città in questa nuova fase del capitalismo, un ruolo cruciale sia per l’offerta dell’industria culturale che per le occasioni di consumo proposte?
La risposta di R. Florida, che tanto eco ha avuto nel recente passato, è che ciò fa la differenza è il capitale umano. Infatti le città a maggior concentrazione di beni del patrimonio culturale “aggiungono” i centri della produzione culturale e delle idee che circolano a livello globale, al loro essere già sedi di multinazionali, di istituzioni internazionali dei flussi di comunicazione e di nodi di controllo della finanza mondiale.
Tuttavia, nel caso dell’Italia, che detiene ben il 5% del patrimonio culturale mondiale censito dall’Unesco, non pare che questa sia una condizione che il Paese è capace di tramutare in un vantaggio competitivo. Un solo esempio tra i molti: Bologna è l’unica città italiana presente nella rete internazionale The Creative Cities Network
ugualmente promossa dall’Unesco e nata per favorire la condivisione di esperienze, idee e buone pratiche per uno sviluppo culturale sociale ed economico delle città.
Il benessere economico e sociale che contraddistingue la “nuova new economy” ha origine da un nuovo ceto emergente composto di un eterogeneo panorama di professionalità, che condivide comportamenti anziché un orientamento politico: la classe creativa partecipa attivamente allo sviluppo economico e sociale dei luoghi in cui risiede, mettendo a disposizione talento e creatività.
Data l’importanza della classe creativa, cosa deve avere, come deve essere la città per far proliferare le idee creative da cui dipenderà in gran parte il suo successo?
Non c’è una risposta univoca, ma una serie di avvertenze che hanno circoscritto l’entusiasmo con cui ci si è affidati alle analisi di Florida per costruire città sempre più adatte alla proliferazione di idee creative perché funzionali al successo economico delle città stesse: attrattività e successo dei centri urbani dipendono da un mix fatto di tecnologia, arte cultura, sub cultura spazi di produzione e consumo.
Città e agenda politica sono differenti se i segmenti di popolazione considerati non sono solo quelli creativi e non essendo la classe creativa l’unica depositaria della creatività si rischia un modello stereotipato di società incapace di cogliere le idee innovative che nascono dal basso
E ancora, nella classifica delle città italiane pubblicata in “Talento da svendere” (2008)di Irene Tinagli, le città più creative sono anche quelle più benestanti: è perciò legittimo il dubbio che siano le città più ricche ad attrarre i creativi e non viceversa.
Crivelli introduce anche il tema del diritto alla cultura e la rivendicazione simbolica dello spazio pubblico , annotando che le forme di protesta che in Italia hanno contraddistinto il movimento nato nell’autunno del 2010, hanno reinventato l’uso di spazi pubblici ad alto valore simbolico (occupazione dei tetti delle università, gli striscioni e i manifesti issati sul Colosseo la torre di Pisa, la Mole Antonelliana, ecc) e che le caratteristiche del movimento-mancata identità politica comune e ruolo centrale della tecnologia-trovano posto anche nelle descrizioni della discussa classe creativa di Florida, a cui si rischiano di sacrificare esigenze e bisogni di tutti quegli abitanti che non sono creativi.
Dunque in che tipo di città vogliamo vivere?
La svolta che accompagna la politica urbana e il suo governo
da un compito che da attività di welfare (scuole, sanità, trasporti pubblici, e protezione sociale) trasforma la “città in imprenditoriale”, la cultura, oltre ad essere un ingrediente importante nella vita dei cittadini, diventa una risorsa di sviluppo in grado di attrarre investimenti, ecc
L’importanza dell’economia culturale è centrale nelle logiche di sviluppo urbano tanto che per promuovere lo sviluppo dei territori è necessario una vera e propria politica urbana fatta di “significati Culturali”: politiche per attrarre turisti, investimenti, imprese, essere sedi di eventi, ecc. devono andare in parallelo con politiche settoriale di sostegno all’industria a distretti produttivi, ai servizi, ecc…..
La svolta imprenditoriale e cioè la “progressiva pervasità delle logiche dell’economia all’interno del governo urbano”, affida al marketing urbano e/o del territorio la vendita della città indirizzata prevalentemente a investitori e turisti.
Nelle politiche delle città per promuovere lo sviluppo, la sovrapposizione dei temi della cultura e della costruzione/ricostruzione degli spazi urbani può agir secondo due prospettive: la rigenerazione urbana (gentrification) e gli spazi iconici.
Entrambe sono in campo per promuovere lo sviluppo delle città modificando la percezione di determinati luoghi in qualcosa di potenzialmente spettacolare; è a questo obiettivo che mira “la politica del glamour” che ha trovato espressione ad esempio nell’estate romana, nel cambiamento identitario di Barcellona legato alle Olimpiadi; nel primo caso si è puntato sulla creazione di spazi sociali più inclusivi per rivitalizzare la vita sociale senza trasformazioni fisiche rilevanti, nel secondo invece l’evento è stato l’occasione per la crescita economica mediante l’attrazione di investimenti a partire da quelli pubblici. E ancora, Bilbao che, con la costruzione del Guggenheim, è diventata da centro portuale città della cultura e del turismo.
Nel caso degli spazi iconici, l’intervento culturale spesso produce una modificazione dello spazio fisico che ha più a che fare con la creazione di simboli e miti che non con la funzionalità e l’utilità dello spazio pubblico. New Tate Gallery a Londra, la Ciudad de las artes y la ciencias di Valencia, “la bolla” di Genova, ecc, sono l’ espressione di una cultura del consumismo e dell’imprenditorialità dove il contenitore, cioè l’icona, viene prima ed è più importante del suo contenuto.
Al di là degli innumerevoli altri casi citati in Città e cultura, il dibattito riguarda la replica in molte città del mondo di “strutture esteticamente simili” e la proliferazione di interventi collegati all’economia della conoscenza.
Il dispiegamento di risorse per creare e rappresentare i centri urbani prima come “città tecnologiche, dell’informazione, digitali, ecc” e successivamente come “città creative, piattaforme dell’innovazione, cluster della conoscenza, ecc” di oggi contiene tutt’altro che elementi di rottura col passato. Come dire che anche per la nuova economia post fordista e i nuovi paesaggi industriali “il sostegno all’imprenditorialità e alle piccole imprese copre la mancanza di prove circa la relazione fra il benessere economico dei luoghi e il supporto alla loro esistenza o l’opportunità di provare ad immaginare politiche diverse”
Chissà se, insieme al moltiplicarsi delle reti , delle fiere e dei concorsi non si diffonderà anche, a partire da alcune domande, una riflessione utile per superare stereotipi e luoghi comuni che spesso accompagnano il concetto di cultura e di politica culturale.
Alcune proposte da Crivelli:
• “Cultura significa cose molto differenti per soggetti differenti: siamo sicuri che lo spazio pubblico è fatto di negozi e/o eventi commerciali?
• E se teniamo conto del “diritto alla città” “è veramente necessario cercare di diventare una città creativa”?
• E ancora, la priorità è tenere in piedi Pompei o sostenere i prodotti enogastronomici?
A cui ci farebbe piacere che si aggiungessero anche queste:
• Sarà poi vero che per attrarre più turisti in Italia, ci vogliono grandi catene alberghiere? Non sarebbe il caso di prendere in considerazione una forma di ricettività mobile e sostenibile già adottata da altri paesi?
• E per la sostenibilità non farebbe meglio a tutti, abitanti compresi, se per la progettazione di sistemi di mobilità intermodali si tenesse a mente che l’Italia ha una rete ferroviaria di oltre 27000 Km (stime del 2010), che è una penisola e perciò circondata dall’ acqua?





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